Blog

Time for change

Percepire un aspetto nuovo di sé stessi è il primo passo verso il cambiamento del concetto di sé.”

C. Rogers

Settembre,

mese di cambiamenti…Questa è solitamente la “spinta” che si avverte dopo un periodo più o meno lungo di “interruzione”  dalla solita routine. Voglia di cambiare vita, voglia di cambiare lavoro, voglia di migliorare le proprie relazioni e/o di cambiarle.

Il tutto si racchiude nel pensiero di voler cambiare comunque alcuni aspetti della propria condizione.  Perché questa spinta al cambiamento? Perché siamo esseri in evoluzione e tendiamo per natura ad auto-realizzarci. C. Rogers, noto psicoterapeuta Americano,  parla della innata tendenza all’autorealizzazione di noi essere umani in tutte le condizioni di vita, anche le più avverse.

Rogers riscontra che l’ uomo ha bisogno di tre condizioni fondamentali per la propria realizzazione. Empatia, accettazione positiva incondizionata e assenza di giudizio. Grazie a queste tre capacità, potrà sviluppare il suo potenziale, provando l’esperienza della congruenza. In poche parole: avendo consapevolezza del suo sentire e agendo in linea con esso.

Se e quando riusciamo ad essere verso noi stessi e verso gli altri: empatici (rispetto ai nostri errori e alle nostre sofferenze), accettanti e privi di giudizio (delle nostre difficoltà e della nostra attuale condizione), congrui (siamo ciò che siamo e non offuscati da una forma che cerchiamo di mantenere per gli altri), riusciamo a portare avanti i nostri cambiamenti.

C. Rogers fa l’esempio della piantina della patata. Provate anche voi a chiudere una patata al buio… Questa tenderà a germogliare, anche in condizioni avverse, e il suo germoglio tenderà verso la ricerca della luce.

Perché questa spinta al cambiamento avviene dopo un periodo di “pausa”? Perché è nelle pause, nello spezzare la routine, che ci poniamo a contatto con il diverso, con altre parti di noi, ma anche con un vuoto interno e facciamo esperienza del nuovo. Ci pensiamo differenti perché facciamo cose differenti. “Percepire un aspetto nuovo di sé, è il primo passo verso il cambiamento del concetto di sé”, perché arricchiamo la nostra forma e scopriamo nuove abilità.

 Perché cambiare dunque? Perché CAMBIARE è sentire il nostro nuovo sentire a cui una nuova fase di vita ci spinge per raggiungere un nuovo pezzo della nostra realizzazione.

Il processo del cambiamento è lungo. In questo articolo si è voluto concentrare l’attenzione sulla spinta al cambiamento. I prossimi riguarderanno: 1. come focalizzare il cambiamento 2. come realizzare il proprio cambiamento.

Intanto, suggeriamo la visione del Film di Animazione Rango (2011) diretto da Gore Verbinski, scritto da John Logan, e prodotto da Verbinski, Graham King, e John B. Carls. Vinctore del premio Oscar come miglior film di animazione.

Dott.ssa Paola Giacco (Psicologa-Psicoterapeuta individuale, di coppia, familiare)

Dott.ssa Rafaella Ruberto (Psicologa – Psicoterapeuta individuale, di coppia, familiare )

La ricerca del partner perfetto: e se il principe azzurro non esiste? né la principessa da salvare che mi cambierà la vita?

Questo articolo vuol essere una riflessione su quegli aspetti di noi riguardanti la convinzione che il trovare il giusto partner o il giusto lavoro, ovvero quello perfetto, può cambiare la nostra vita.

Sveliamo in 3 punti gli arcani misteri del perché non esiste il partner perfetto, né l’amore perfetto, né il lavoro perfetto ma esiste l’amore reale e il lavoro reale. Se prendiamo consapevolezza della realtà e non la confondiamo con l’ideale possiamo metterci nella condizione di scegliere se davvero vogliamo stare con quella persona o fare quel lavoro. Ecco 3 modi per non confondere il reale con l’ideale:

  • non esiste realtà completamente perfetta o completamente imperfetta;
  • ogni realtà ha aspetti positivi e negativi (soggettivi per noi);
  • se non vediamo gli aspetti positivi e negativi non ci stiamo relazionando con la realtà ma solo con ciò che vogliamo vedere della stessa

Se non riusciamo ad uscire dalla confusione facciamoci aiutare a capire il perché non siamo capaci di vivere nella realtà e impariamo a farlo attraverso un percorso di terapia o crescita personale.

Dott.ssa Paola Giacco e Dott.ssa Raffaella Ruberto

“L’ unico modo di cambiare l’altro è quello di cambiare se stessi”.

In alcuni momenti della vita ci si trova in situazioni di grande sofferenza. Autori di tale stato emotivo possono essere (a loro insaputa) il partner, un’amica, la propria famiglia, il datore di lavoro. Non ci si sente riconosciuti, compresi, amati, stimati. Si ha la sensazione che più si fa per gli altri meno gli altri fanno per noi. Non ci sentiamo apprezzati sul lavoro, riconosciuti dal partner, non abbiamo amici affidabili e riconoscenti. Spesso e il più delle volte ci sentiamo oppressi con la voglia di evadere e di scomparire.

Chi se ne accorgerebbe?

Immersi in sentimenti di rabbia e tristezza non si riesce a trovare una strategia per cambiare il contesto perché rimandiamo la responsabilità del cambiamento all’altro.

Provate a riflettere su questa metafora. Se avete in mente un quadro da dipingere che differenza c’è tra l’ indicare al pittore cosa dipingere e dipingere da Sé? Certo è che se attribuiamo all’altro l’arte di Michelangelo Carrisi, non proveremmo minimamente a dipingere il quadro che abbiamo in mente. Ma se iniziamo a dipingere noi stessi il NOSTRO quadro, la nostra idea, almeno sarà chiaro a Noi. Il senso della metafora vuol essere che siamo noi gli artefici del nostro cambiamento. Siamo noi a dover cambiare, verso la linea dei nostri obiettivi e non il contesto.

Ci sono alcune regole da tenere in mente se si vuole cambiare qualcosa della propria vita. L’elenco vuol essere un punto di riflessione e di partenza:

·       L’unico cambiamento che è possibile è quello personale nei confronti degli altri;

·    Cambiando noi, gli altri potenzialmente cambiano perché si trovano ad interagire con una nostra posizione di vita diversa;

·       Se non ci si autodetermina nella vita adulta, non si viene determinati da alcuno; 

·       Ognuno è in grado di dipingere il proprio quadro;

·      Nessuno è il Michelangelo della vita altrui, ma ognuno è il Caravaggio di se stesso. L’errore che commettiamo è di pensare che non siamo in grado di dipingere o che gli altri dipingono meglio o peggio di noi; 

·   Ognuno si trova dove si vuole trovare nella vita. Quest’ultima affermazione implica una grande responsabilità e libertà personale;

·        Se non riusciamo a capire cosa fare per conquistare un’altra posizione nella vita lasciamoci aiutare a capire quali strategie possono essere funzionali.

Un percorso di crescita/terapia può svelare i movimenti inconsapevoli del nostro animo. È nella consapevolezza delle nostre azioni che è possibile cambiare il nostro destino.

 

A cura di Dott.ssa Paola Giacco e Dott.ssa Raffaella Ruberto

“La costruzione del sé e la relazione con l’altro attraverso l’utilizzo dei mattoncini. Da esperienza ludica ad esperienza educativa”.

building-674828__340

In un mondo sempre più competitivo capita molto spesso che i bambini vengano spinti ad imparare a fare i conti e a leggere sin dall’asilo e troppo spesso viene sottovalutata l’importanza del gioco nell’apprendimento, concentrandoci maggiormente su quando e quanto velocemente i bambini devono imparare le tabelline o a scrivere in modo corretto.
I piccoli vengono introdotti sin dai primi anni dell’infanzia ad un approccio competitivo e sfidante che trasforma anche l’apprendimento in una gara a chi arriva primo, con inevitabili frustrazioni e difficoltà per chi ha tempi diversi dagli altri.

I bambini a 5 anni cominciano ad essere molto curiosi su tutto ciò che c’è scritto intorno a loro e fanno domande sui numeri: stimolarli ad imparare anche con il gioco significa aiutarli a coltivare le proprie curiosità senza che tutto ciò si trasformi in un obbligo o, peggio, in una competizione.

Esistono 5 diversi tipi di giochi che corrispondono ad altrettante capacità di apprendimento: gioco fisico, simbolico, con le regole, con oggetti e di finzione.

I bambini, ben prima di imparare a scrivere, creano e raccontano storie con i mattoncini e/o le costruzioni e ciò suggerisce che il gioco favorisce le loro abilità nella scrittura e nella narrazione e anche la capacità di cooperazione ed interazione.

Durante l’infanzia i bambini si misurano con diverse tipologie di gioco per sviluppare abilità cognitive, motorie e relazionali:

  • nel gioco di fantasia i bambini imparano ad usare l’immaginazione, ad interpretare ruoli sempre diversi, prefigurando situazioni differenti;
  • il gioco sociale aiuta i bambini a costruire legami, rapporti tra i pari e a comprendere l’importanza delle regole da rispettare nel vivere con gli altri;
  • il gioco motorio stimola la coordinazione e l’attenzione;
  • con il gioco costruttivo i bambini  “manipolano” la realtà realizzando con le loro mani, e grazie alle loro abilità pratiche, oggetti di vario tipo.

C’è un gioco, in particolare, un gioco costruttivo che accontenta il desiderio di scoperta e di divertimento e solletica l’ingegno: il gioco con i mattoncini.

Ai bambini piace, tendenzialmente, molto giocare con le costruzioni perché possono escogitare varie soluzioni per realizzare uno stesso oggetto, scatenare la creatività e tutta la fantasia.

Dai 4 agli 11 mesi, il giocare con i mattoncini è un gioco del tutto destrutturato, perché vengono lanciati nel vuoto e spostati continuamente; i bambini iniziano così a comprendere gradualmente il concetto di vuoto, il concetto di pieno, il concetto di spazio.

A partire dai 12 mesi, con il miglioramento della motricità fine, si passa ad utilizzare costruzioni sempre più dure, e seppur ancora maldestramente, il bambino costruisce, distrugge e ricostruisce imparando a governare la propria aggressività: dopo aver distrutto, decostruito, si può pazientemente ricostruire e ricominciare nuovamente, sperimentando nuove forme.

Intorno ai 3 anni, infine, il bambino raggiunge la capacità di strutturare il gioco; così può utilizzare costruzioni più piccole e creare forme ed oggetti sempre più complessi.

L’utilizzo dei mattoncini e delle costruzioni non è meramente, quindi, legato ad uno scopo ludico, ma esistono risvolti educativi di un certo rilievo che li “consacra” quali un utile supporto nel processo evolutivo dei piccoli.

Attraverso il gioco creativo dei mattoncini e le costruzioni i bambini acquisiscono i concetti di spazio, di proporzione e dimensione, concetti chiave per l’apprendimento di materie scolastiche come la geometria, matematica e il disegno. Anche la capacità di concentrazione si potenzia perché sperimentarsi nel maggior numero di soluzioni possibili necessita di attenzione che si esercita progressivamente nel tempo. Si affina la precisione per portare a termine la costruzione senza commettere errori dettati dall’approssimazione e dalla frettolosità di terminare. Anche la pazienza viene esercitata affinché si può ottenere l’oggetto desiderato. Infine, sin da piccoli, i bambini allenano la propria capacità di problem-solving, cercando soluzioni sempre diverse per raggiungere il risultato sperato.

A Cura di

Dott.ssa Raffaella Ruberto

Dott.ssa Paola Giacco

Guida al lavoro di insegnante: Piccole strategie di “sopravvivenza”. Come trasformare “piccole pesti” in “validi collaboratori ad altezza bimbo”

immagine per articolo insegnanti 2

Una delle categorie in questo periodo più prese di mira è quella dell’insegnante. All’insegnante viene chiesto di essere: educatore, psicologo, psicoterapeuta, assistente sociale, genitore, medico neuropsichiatra, e chi più ne ha più ne metta.

Inoltre, oltre al lavoro quotidiano che comporta la “sopravvivenza” in classi sempre più numerose e con bambini sempre più “ribelli”, viene chiesto di “studiare” nuove strategie per sopravvivere in classe nei periodi che precedono le vacanze (soprattutto quelle estive), per non parlare degli incubi notturni riguardanti il genitore ansioso o impertinente che dimenticando il suo ruolo, “buca” la porta della classe, per “condividere” una posizione diversa dall’insegnante per quel che riguarda il figlio.

Vi ritrovate in questo quadro? Che completeremo con:

– mal di testa, nausea, voglia di lasciare il lavoro, sensazione di essere inutili e inefficaci, paura (quasi panico) di affrontare un’altra giornata di lavoro.

Abbiamo pensato, pertanto, di illustrarvi 4 strategie di sopravvivenza, a partire da come “vedere” la classe.

  • Strategia n. 1 – Prima di entrare in classe e affrontare una giornata che potrà sembrarvi un tormento, cominciate a pensare che ogni bambino anche il più movimentato, vi darà la possibilità di vedere il meglio di lui, solo se incominciate a vedere cosa di positivo ha fatto per voi e quindi i suoi punti di forza.

  • Strategia n. 2 – Per ogni bambino “particolare” (e che dentro di voi suscita quel misto di amore e rabbia), provate a stendere una serie di esercizi che possono aiutarvi a lavorare su quelli che pensate siano i suoi punti di debolezza. Nell’articolo troverete alcuni esercizi sperimentati in aula da insegnanti come voi. Ricordate inoltre, che ogni bambino ha un suo tempo e che i risultati non saranno immediati (non siete maghi, ma insegnanti e questo deve essere chiaro).

  • Strategia n. 3 – Condividete il piano di intervento “socio emotivo” (lo avete steso voi quando avete tracciato i punti di forza e di debolezza del bambino e applicato poi i giochi evolutivi) con i colleghi della stessa classe. Il lavoro di gruppo e di condivisione è il migliore dei lavori.

  • Strategia n. 4 – Alla fine di ogni giornata, qualsiasi obiettivo avete avuto, concedetevi un “sono un bravo insegnante” e lo siete se avete applicato con accortezza le procedure perché significa che avete guardato alla persona senza arrendervi.

Per i bambini che devono migliorare le loro capacità di ascolto:

Esercizio sull’ascolto: “la simulata sul silenzio”. Chiedete ai partecipanti di formare delle coppie dove una persona ascolta in silenzio e l’altra ha uno spazio di tre minuti per parlare. La consegna all’ascoltatore è quella di non usare il verbale, di ascoltare emotivamente l’altro e di ascoltarsi prestando attenzione a quelle che possono essere delle sensazioni interne emotive facilitanti o ostacolanti nell’ascolto. L’esercizio ha l’obiettivo di: far notare quanto un ascolto attivo passa da un ascolto emotivo, quanto è difficile stare in un ascolto emotivo (poiché le emozioni dell’altro possono interferire con le proprie emozioni). Questo esercizio oltre a sviluppare l’empatia, sviluppa anche la possibilità di conoscere meglio se stessi. Se fatto con bambini e/o adolescenti si può chiedere di disegnare cosa hanno provato nell’ascoltare l’altro in silenzio (se ci sono comunque riusciti) e poi di farglielo verbalizzare.

Per i bambini che devono migliorare le loro capacità di empatia e il riconoscimento delle emozioni:

Esercizio sull’empatia: “simulata del palloncino”. Finalità: esercitare l’empatia e lo stare con l’altro nelle emozioni. A livello individuale questo esercizio è utile a riconoscere le emozioni di base, dargli una forma, dargli un movimento, esternarle, prenderne contatto, controllarle. Con i bambini e /o adolescenti è importante definire all’inizio le emozioni di base (rabbia, paura, tristezza, gioia, vergogna, sorpresa, disgusto e disprezzo). Consegna: stare in silenzio con se stessi per qualche minuto, scegliere un emozione di base da rappresentare legata ad un momento della propria vita, scegliere il colore di un palloncino, trovare uno spazio da soli per dare un movimento alla propria emozione, prenderne contatto e confidenza. Una volta che la persona è sicura del movimento emotivo lo condivide con un’altra persona. Chi accompagna in questa esperienza può avvicinarsi e seguire con lui il movimento. Una volta che l’accompagnatore comprende la tipologia dell’emozione, lo stesso può scriverla su un foglio al termine dell’esperienza. In questa esercitazione è importante ricordare di: dare un tempo per ogni fase dell’esercizio (qualche minuto a fase); di far sperimentare a tutti i due ruoli; non interpretare colori o emozioni. Per diventare “bravi” in questo gioco, occorre esercitarsi. Capire gli altri e se stessi è una palestra. Materiali: palloncini, fogli di carta e penne

Per conoscersi meglio e integrare la classe

Genogramma “Educativo”: Il genogramma è uno strumento proposto da Bowen in ambito terapeutico per comprendere il funzionamento di una persona. Rappresenta una mappa della rete emotiva – affettiva che caratterizza lo sviluppo di una persona. In ambito educativo può essere utilizzata questa versione come: modo di conoscere la persona, modo in cui la persona può conoscere la propria storia, modo di condivisione e integrazione nei gruppi. Consegna: trovate un animale (o più animali) che rappresentano voi stessi e gli elementi della vostra famiglia a partire dai bisnonni (costruite una specie di albero genealogico), trovate le storie dei vari protagonisti (animali) dei nonni dei bis nonni, le cose che raccontano di loro, di voi, della vostra nascita. Questa modalità, diventa una ricerca storiografica delle tre generazioni. Una volta rappresentata la propria famiglia trigenerazionale attraverso un grafico (anche in 3D utilizzando il pongo), si può chiedere ai bambini/ ragazzi di costruire con i personaggi una storia e poi rappresentarla. Qual è la finalità della costruzione della storia? Quella di integrare i vari “pezzi” di storie e di trovare delle soluzioni dove vi sono delle aree conflittuali, attraverso l’uso della fantasia (ricordatevi che la storia deve avere: un protagonista, un eroe, un antagonista, e un lieto fine). Se la persona non trova la fine alla favola o non riesce ad integrare i personaggi, può chiedere aiuto al gruppo con cui lavora. Nel caso non volesse integrare o chiudere la storia, lasciare stare le cose per come sono (ci sarà un motivo!). Infine, la rappresentazione della storia, permette alla persona di vedere esternamente un mondo interno, di viverlo e di integrarlo. L’aiuto chiesto agli altri componenti del gruppo di “personificare” i vari animali, ha come scopo quello della condivisione e dell’integrazione dei vissuti

Questi tre facili esercitazioni di gruppo potranno esservi utili.

Ricordatevi sempre che: la strada per cambiare è fatta di “passi” che si compiono ogni giorno e che il cambiamento implica TEMPO.

A tal proposito, abbiamo costruito un percorso formativo breve (5 mesi), con l’obiettivo di apprendere l’utilizzo di tecniche comunicative e relazionali in ottica sistemico relazionale rivolto ad insegnati, assistenti sociali, psicologi e operatori del settore sociale educativo sanitario. Il corso partirà a Maggio. Per saperne di più: www.aforismacoop.com

A cura di

Dott.ssa Paola Giacco Psicologa Psicoterapeuta Formatore

Dott.ssa Raffaella Ruberto Psicologa Psicoterapeuta Formatore

Il Bambino “Trottola”: alcune tecniche di gioco per affrontare il problema dell’Iperattività del bambino in classe attraverso una lettura Sistemica Relazionale Integrata.

immagine per blog adhd

Il Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività o Attention Deficit Hyperactivity Disorder (ADHD) è la definizione diagnostica utilizzata dal DSM V per rappresentare e delineare una categoria di persone, le quali manifestano tutta una serie di difficoltà legate alla disattenzione e/o all’iperattività e all’impulsività.

I segni clinici relativi alla disattenzione si riscontrano in persone che rispetto alle prestazioni attese, hanno difficoltà a rimanere attenti o a lavorare su un compito per un periodo adeguato in relazione all’età e alla richiesta del contesto (per maggiori approfondimenti diagnostici: rif. Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali Edizione 5, American Psychatric Association 2014)

Una caratteristica particolare di questi bambini, è l’impulsività che si manifesta con l’incapacità di inibire un comportamento inappropriato in un determinato contesto e nel voler avere “tutto e subito” avendo difficoltà a tollerare la frustrazione nell’ ottenere i risultati o le cose in un TEMPO che non sia il loro.

La diagnosi classica, serve agli operatori del settore per avere un linguaggio comune su cui basarsi e quindi operare.

La lettura che suggeriamo a genitori e insegnanti, è una lettura Sistemico Relazionale Integrata che pone l’attenzione sul significato del sintomo e sulla sua “funzione” all’interno del sistema familiare e scolastico al fine di poter intervenire sul sintomo stesso.

Oltre alla diagnosi da DSM-V, è bene non perdere di vista quanto segue:

  • La disattenzione del bambino non è sempre e su tutto. Occorre trovare delle attività che per il bambino possono essere una “palestra” per esercitare l’attenzione volta per volta nel raggiungimento di un micro obiettivo. Attraverso alcuni giochi, è possibile far esercitare il bambino sull’attenzione. I giochi LEGO, cosi come i giochi a due o alcuni giochi di gruppo (tipo il Memory), possono essere degli esempi dove l’obiettivo finale, deve essere quello di portare il bambino, dopo una serie di tentativi che si ripetono nel tempo a far in modo che le variabili circostanti lo aiutino a stare sempre più concentrato. Cosi, in questa esperienza, è il bambino stesso che sperimenta la possibilità di un fare diverso dal suo solito fare. Anche per il contesto circostante, questo tipo di restituzione può far vedere il bambino in altro modo.

  • In questa stessa ottica può essere visto il tratto dell’impulsività. Di per sé l’impulsività rimanda all’assenza di confine emotivo vissuto dal bambino nel suo mondo interno. Quali giochi può esercitare il bambino in modo che possa sperimentare un confine sempre più definito? Lo Shangai, il Tris, la Dama, cosi come un Puzzle o i LEGO possono essere una valida “palestra” per esercitare il contenimento dell’impulsività e prospettare al bambino stesso la possibilità di ottenere dei risultati concreti (es. la costruzione finita di un Lego) in un tempo stabilito e con determinati processi logici.

  • Ricordiamo che ogni gioco è una palestra e il completamento del gioco è un obiettivo che va raggiunto nel tempo. Se il punto di partenza è una diagnosi di questo tipo non ci si può aspettare che il bambino acquisisca in un tempo brevissimo dei risultati. L’obiettivo di ogni sperimentazione in tal senso, è quello di far sperimentare al bambino stesso la possibilità emotiva di aver portato a termine un’esperienza, in altre parole di potercela fare.

  • In un’ottica sistemica, il bambino con ADHD è un bambino che “deve” il suo movimento ad una situazione familiare specifica. Infatti, secondo la lettura sistemica “ogni sintomo rimanda ad un significato inerente il sistema stesso” ed è l’espressione della difficoltà delle stesso sistema (vedi www. studiodipsicoterapiavibovalentia.it ). Nello specifico, si è potuto riscontrare che il movimento di un bambino (in questa diagnosi) rimanda ad un sistema familiare dove è difficile mettere confini, dire no, far rispettare le regole (difficoltà che cresce nel tempo man mano che il bambino cresce). È un sistema dove i genitori trovano faticoso far rispettare i ruoli e le regole. E perché? Perché in tal senso spesso siamo di fronti a mamma che sono “distratte” da preoccupazioni importanti che riguardano la famiglia, preoccupazioni che emotivamente le assorbono; mamme che vivono grossi sensi di colpa nell’imporre punizioni e che sono estremamente sensibili ai pianti e ai capricci del proprio figlio. Nello stesso tempo spesso troviamo papà un po’ periferici, spesso assorbiti dal lavoro e costretti a stare molto tempo fuori da casa. Una volta a casa, sono papà che hanno difficoltà a gestire la propria rabbia e per paura di perdere il controllo ed essere troppo aggressivi finiscono, inconsapevolmente, a lasciare tutta la responsabilità di gestione del bambino alla mamma (che stanca non riesce a reggere il tutto). La presentazione della lettura sistemica è utile per i colleghi non ancora specializzati per poter avere una visione circolare e complessa. I terapeuti familiari sono gli addetti ad affrontare questo tipo di lavoro. Non c’è risultato se non c’è collaborazione soprattutto con la scuola e con altre figure di riferimento. Infatti, gli insegnanti occupano un posto privilegiato nella scala e possono, soprattutto nei bambini più piccoli, costruire delle “palestre” mirate con obiettivi specifici. Anche i musicoterapeuti possono avere un ruolo importante su questo, come gli operatori di arte terapia o di danzoterapia.

  • Tutti gli operatori coinvolti, uniti da una lettura comune del sintomo che va oltre la diagnosi, necessariamente fatta da un neuropsichiatra infantile, possono quindi contribuire alla risoluzione del sintomo al fine di rendere il bambino meno “trottola”!

A questo proposito, si è voluto proporre un seminario dove, insieme ai partecipanti, approfondire l’aspetto della lettura sistemica e sperimentare una “palestra laboratorio” fatta di giochi e attività utili al supporto del bambino con disattenzione ed iperattività. Vi aspettiamo sabato 28 aprile dalle ore 15.00 alle ore 18.00 presso la sede di Nish “Spazi aperti” a Pizzo con la Dott.ssa Paola Giacco Psicologa Psicoterapeuta Formatore.

Per info: 3393964058

A cura di

Dott.ssa Paola Giacco Psicologa Psicoterapeuta Formatore.

Dott.ssa Raffaella Ruberto Psicologa Psicoterapeuta Formatore.

“Un sogno che non viene interpretato è come una lettera che non viene letta” – INTERPRETARE I SOGNI (Laboratorio esperienziale)

A quanti di voi è capitato di svegliarsi durante un sogno “incubo”? O a quanti è capitato di svegliarsi e ricordare un sogno molto piacevole e dirsi: “Chissà se si avvererà?” Per quelli tra di voi che cercano il significato dei propri sogni al fine di portare dei cambiamenti nella propria vita, abbiamo “costruito” un laboratorio sulla “INTERPRETAZIONE DEI SOGNI” per voi!

L’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI

Sin dall’antichità i sogni hanno avuto un grande valore. Già in epoca del Paleolitico Superiore, nelle caverne di Lascaux erano presenti disegni che rappresentavano la possibilità di un mondo onirico. La mitologia greca attribuisce al Dio Morfeo, la responsabilità dei sogni. Il “Libro dei sogni ieratico” risale a circa 4000 anni fa, ed elenca il significato delle immagini oniriche ai fini di una veloce e pratica consultazione.

Cosi come nella Bibbia i sogni erano il modo in cui Dio parlava al suo popolo (il sogni di Daniele 7: 1-3, 17). Ma anche tramite un sogno Dio comunicò a Giuseppe di fuggire in Egitto e portare con se la sua famiglia (Matteo 2:13-15, 19-23).

La loro interpretazione è stata da sempre fonte di interesse nei secoli perché serviva a pronosticare gli eventi.

Nel lontano 1878 l’interesse dei sogni passò alla branca della medicina, ma era considerato “processo corporeo sempre inutile”(Binz, 1878).

Fu S. Freud ad attribuirne una certa rilevanza definendo il sogno “una specie di sostituto dei processi di pensiero, pieni di significati ed emozioni” (Freud, Il sogno e la sua interpretazione, pp. 26). Egli individuò un contenuto manifesto (la narrazione del sogno, la storia che l’inconscio ha così realizzato) e uno latente (il materiale inconscio vero e proprio, l’artefice del sogno, la sua forza motrice). Il processo alla base della trasformazione del contenuto latente in quello manifesto venne indicato con il termine lavoro onirico.

Freud affermò che i sogni celavano significati nascosti, dettati dall’inconscio, e anche se apparentemente sensati, comprensibili e coerenti, per poter arrivare al loro svelamento c’era bisogno di sottoporli ad un processo di interpretazione basato sulle libere associazioni.

Non basta addormentarsi per sognare. Il sogno fa parte di un processo del sonno composto da 4 fasi. Si passa da una prima fase caratterizzata da sonno leggero, i movimenti degli occhi non sono rapidi (NREM), i muscoli sono rilassati, la temperatura corporea si abbassa, il battito cardiaco rallenta. Il corpo si sta preparando ad entrare nel sonno profondo; lenti ad una fase molto profonda FASE 4 (REM) in cui gli occhi si muovono avanti e indietro in modo irregolare e si verifica a circa 90-100 minuti dopo l’addormentamento. La pressione sanguigna, la frequenza cardiaca e l’attività cerebrale aumentano e la respirazione diventa irregolare: si sta sognando.

Questo ciclo si ripete in media 4 o 5, fino anche a 7 volte a notte, spiegando come mai sia possibile fare più sogni.

I sogni che si ricordano sono quelli che avvengono nelle prime ore del mattino, quando si è prossimi al risveglio.

Allora vi aspettiamo una volta al mese (Mercoledì dalle 17.00 alle 19.00) in Via San Michele 1 – Lamezia Terme (CZ)

Costo del laboratorio: 30 euro ad incontro

Condotto da:

Il Modello sistemico: le famiglie e la loro “cura”

Vorremmo descrivere brevementeFamily Reunion il modello sistemico relazionale applicato nel lavoro terapeutico con la famiglia. E’ un modello di lettura e operativo che trae le sue origini da Beteson (antropologo) che introdusse negli anni 20/30  l’idea che la personalità dell’uomo sia l’esito di processi interattivi e la soggettività quindi, viene costruita nell’ interazione con l’ambiente e gli altri individui. Il Punto cardine dell’impianto sistemico, è nel ruolo della comunicazione nell’ assioma individuato dalla Scuola di Palo Alto ovvero: “non si può non comunicare”. I sintomi stessi di una persona quindi, sono prima di tutto una MODALITA’ diversa di comunicare al proprio sistema e al proprio contesto IN UNA MODALITA’ UNICA, ma non facilitante per la persona stessa. E cosi che nasce la patologia, dall’impossibilità di creare e dare un senso e un significato alla sofferenza all’interno del proprio contesto. Andando a lavorare su questa “ricerca di senso e significato” è possibile far evolvere il sistema e integrare il significato del sintomo nel sistema stesso.

Per approfondire l ‘applicazione del modello sistemico: www. psicoterapiavibo.it

Supervisione psicologica per docenti

Martedì 27 Marzo 2018 si è tenuto il primo incontro di supervisione ai docenti dell’Istituto Comprensivo “Murmura” di Vibo Valentia condotto dalla Dott.ssa Paola Giacco e dalla Dott.ssa Raffaella Ruberto.

Nel lavoro educativo esistono un diffuso bisogno e una diffusa pratica di supervisione,  vale a dire un’azione finalizzata alla rilettura dei fatti educativi e delle dinamiche relazionali.

Il supervisore è un professionista a cui è riconosciuta l’esperienza di aiutare a “rileggere” ciò che i docenti vivono nella loro pratica professionale, per affrontare dei punti di blocco o per costruire alternative. La relazione di supervisione costituisce uno spazio “terzo” di osservazione, dal quale è possibile porsi contemporaneamente dentro la relazione per viverla e fuori per osservarla, riflettere e continuare a ipotizzare.
La supervisione ha avuto così lo scopo di favorire la lettura psico-pedagogica dei fatti  educativi e  delle dinamiche relazionali coinvolte.

 

CORSI PSICODIAGNOSTICA

Dott.ssa Margherita LANG

La Wechsler Intelligence Scale for Children – IV

Valutazione del funzionamento cognitivo nell’infazia e nell’adolescenza.

Termine ultimo Iscrizione 20 Aprile 2018 – Inizio corso Maggio 2018

Dott.ssa Margherita Lang: Psicologa Psicoterapeuta e psicoanalista SPI e IPA. Professore ordinario di Psicologia dinamica presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Dirige la collana di Psicologia clinica dell’editore Franco Angeli e quella di Psicodinamica dell’editore Raffaello Cortina.

Dott.ssa Clara Michelotti: Psicologa Psicoterapeuta. Ha pubblicato diversi lavori relativi agli strumenti di valutazione cognitiva e, in particolare, alle Scale Wechsler. Coordina il Servizio disturbi dell’apprendimento e cognitivi dello Studio Associato A.R.P. E’ socio dell’A.R.P. Associazione per la Ricerca in Psicologia clinica.

PER SCARICARE IL PROGRAMMA CLICCA QUIhttps://aforismacoop.com/la-wechsler-intelligence-scale-for-children-iv/

disegni-bambini

Dott.ssa Francesca LAURO

I Test Carta e Matita:

Applicazione e interpretazione clinica.

 Strumenti e tecniche psicologiche nella diagnosi di personalità in età evolutiva.

Termine ultimo Iscrizione 20 Aprile 2018 – Inizio corso Maggio 2018

Dott.ssa Francesca Lauro: Psicologa Psicoterapeuta Formatore Esperta in Psicodiagnostica

 

PER SCARICARE IL PROGRAMMA CLICCA QUI: https://aforismacoop.com/strumenti-e-tecniche-psicologiche-nella-diagnosi-di-personalita-in-eta-evolutiva/

 

Per info:

Dott.ssa Paola Giacco cell. 339.3964058

Dott.ssa Raffaella Ruberto cell. 333.9630004

Per iscrizioni: aforismacoop@gmail.com