Guida al lavoro di insegnante: Piccole strategie di “sopravvivenza”. Come trasformare “piccole pesti” in “validi collaboratori ad altezza bimbo”

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Una delle categorie in questo periodo più prese di mira è quella dell’insegnante. All’insegnante viene chiesto di essere: educatore, psicologo, psicoterapeuta, assistente sociale, genitore, medico neuropsichiatra, e chi più ne ha più ne metta.

Inoltre, oltre al lavoro quotidiano che comporta la “sopravvivenza” in classi sempre più numerose e con bambini sempre più “ribelli”, viene chiesto di “studiare” nuove strategie per sopravvivere in classe nei periodi che precedono le vacanze (soprattutto quelle estive), per non parlare degli incubi notturni riguardanti il genitore ansioso o impertinente che dimenticando il suo ruolo, “buca” la porta della classe, per “condividere” una posizione diversa dall’insegnante per quel che riguarda il figlio.

Vi ritrovate in questo quadro? Che completeremo con:

– mal di testa, nausea, voglia di lasciare il lavoro, sensazione di essere inutili e inefficaci, paura (quasi panico) di affrontare un’altra giornata di lavoro.

Abbiamo pensato, pertanto, di illustrarvi 4 strategie di sopravvivenza, a partire da come “vedere” la classe.

  • Strategia n. 1 – Prima di entrare in classe e affrontare una giornata che potrà sembrarvi un tormento, cominciate a pensare che ogni bambino anche il più movimentato, vi darà la possibilità di vedere il meglio di lui, solo se incominciate a vedere cosa di positivo ha fatto per voi e quindi i suoi punti di forza.

  • Strategia n. 2 – Per ogni bambino “particolare” (e che dentro di voi suscita quel misto di amore e rabbia), provate a stendere una serie di esercizi che possono aiutarvi a lavorare su quelli che pensate siano i suoi punti di debolezza. Nell’articolo troverete alcuni esercizi sperimentati in aula da insegnanti come voi. Ricordate inoltre, che ogni bambino ha un suo tempo e che i risultati non saranno immediati (non siete maghi, ma insegnanti e questo deve essere chiaro).

  • Strategia n. 3 – Condividete il piano di intervento “socio emotivo” (lo avete steso voi quando avete tracciato i punti di forza e di debolezza del bambino e applicato poi i giochi evolutivi) con i colleghi della stessa classe. Il lavoro di gruppo e di condivisione è il migliore dei lavori.

  • Strategia n. 4 – Alla fine di ogni giornata, qualsiasi obiettivo avete avuto, concedetevi un “sono un bravo insegnante” e lo siete se avete applicato con accortezza le procedure perché significa che avete guardato alla persona senza arrendervi.

Per i bambini che devono migliorare le loro capacità di ascolto:

Esercizio sull’ascolto: “la simulata sul silenzio”. Chiedete ai partecipanti di formare delle coppie dove una persona ascolta in silenzio e l’altra ha uno spazio di tre minuti per parlare. La consegna all’ascoltatore è quella di non usare il verbale, di ascoltare emotivamente l’altro e di ascoltarsi prestando attenzione a quelle che possono essere delle sensazioni interne emotive facilitanti o ostacolanti nell’ascolto. L’esercizio ha l’obiettivo di: far notare quanto un ascolto attivo passa da un ascolto emotivo, quanto è difficile stare in un ascolto emotivo (poiché le emozioni dell’altro possono interferire con le proprie emozioni). Questo esercizio oltre a sviluppare l’empatia, sviluppa anche la possibilità di conoscere meglio se stessi. Se fatto con bambini e/o adolescenti si può chiedere di disegnare cosa hanno provato nell’ascoltare l’altro in silenzio (se ci sono comunque riusciti) e poi di farglielo verbalizzare.

Per i bambini che devono migliorare le loro capacità di empatia e il riconoscimento delle emozioni:

Esercizio sull’empatia: “simulata del palloncino”. Finalità: esercitare l’empatia e lo stare con l’altro nelle emozioni. A livello individuale questo esercizio è utile a riconoscere le emozioni di base, dargli una forma, dargli un movimento, esternarle, prenderne contatto, controllarle. Con i bambini e /o adolescenti è importante definire all’inizio le emozioni di base (rabbia, paura, tristezza, gioia, vergogna, sorpresa, disgusto e disprezzo). Consegna: stare in silenzio con se stessi per qualche minuto, scegliere un emozione di base da rappresentare legata ad un momento della propria vita, scegliere il colore di un palloncino, trovare uno spazio da soli per dare un movimento alla propria emozione, prenderne contatto e confidenza. Una volta che la persona è sicura del movimento emotivo lo condivide con un’altra persona. Chi accompagna in questa esperienza può avvicinarsi e seguire con lui il movimento. Una volta che l’accompagnatore comprende la tipologia dell’emozione, lo stesso può scriverla su un foglio al termine dell’esperienza. In questa esercitazione è importante ricordare di: dare un tempo per ogni fase dell’esercizio (qualche minuto a fase); di far sperimentare a tutti i due ruoli; non interpretare colori o emozioni. Per diventare “bravi” in questo gioco, occorre esercitarsi. Capire gli altri e se stessi è una palestra. Materiali: palloncini, fogli di carta e penne

Per conoscersi meglio e integrare la classe

Genogramma “Educativo”: Il genogramma è uno strumento proposto da Bowen in ambito terapeutico per comprendere il funzionamento di una persona. Rappresenta una mappa della rete emotiva – affettiva che caratterizza lo sviluppo di una persona. In ambito educativo può essere utilizzata questa versione come: modo di conoscere la persona, modo in cui la persona può conoscere la propria storia, modo di condivisione e integrazione nei gruppi. Consegna: trovate un animale (o più animali) che rappresentano voi stessi e gli elementi della vostra famiglia a partire dai bisnonni (costruite una specie di albero genealogico), trovate le storie dei vari protagonisti (animali) dei nonni dei bis nonni, le cose che raccontano di loro, di voi, della vostra nascita. Questa modalità, diventa una ricerca storiografica delle tre generazioni. Una volta rappresentata la propria famiglia trigenerazionale attraverso un grafico (anche in 3D utilizzando il pongo), si può chiedere ai bambini/ ragazzi di costruire con i personaggi una storia e poi rappresentarla. Qual è la finalità della costruzione della storia? Quella di integrare i vari “pezzi” di storie e di trovare delle soluzioni dove vi sono delle aree conflittuali, attraverso l’uso della fantasia (ricordatevi che la storia deve avere: un protagonista, un eroe, un antagonista, e un lieto fine). Se la persona non trova la fine alla favola o non riesce ad integrare i personaggi, può chiedere aiuto al gruppo con cui lavora. Nel caso non volesse integrare o chiudere la storia, lasciare stare le cose per come sono (ci sarà un motivo!). Infine, la rappresentazione della storia, permette alla persona di vedere esternamente un mondo interno, di viverlo e di integrarlo. L’aiuto chiesto agli altri componenti del gruppo di “personificare” i vari animali, ha come scopo quello della condivisione e dell’integrazione dei vissuti

Questi tre facili esercitazioni di gruppo potranno esservi utili.

Ricordatevi sempre che: la strada per cambiare è fatta di “passi” che si compiono ogni giorno e che il cambiamento implica TEMPO.

A tal proposito, abbiamo costruito un percorso formativo breve (5 mesi), con l’obiettivo di apprendere l’utilizzo di tecniche comunicative e relazionali in ottica sistemico relazionale rivolto ad insegnati, assistenti sociali, psicologi e operatori del settore sociale educativo sanitario. Il corso partirà a Maggio. Per saperne di più: www.aforismacoop.com

A cura di

Dott.ssa Paola Giacco Psicologa Psicoterapeuta Formatore

Dott.ssa Raffaella Ruberto Psicologa Psicoterapeuta Formatore

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